Niente promesse da marinaio. Nel ponente ligure i grandi mammiferi sono di casa e si possono vedere a decine molto facilmente.

In barca a vela al largo di Bordighera seguendo i cetacei e mangiando di gusto tra avventura e frittura.
Lo skipper sarebbe pronto a metterlo nero su bianco:

 non mi è mai capitato di stare più di tre giorni al largo senza vedere almeno un delfino

dice Beppe Veirana al timone di Rosetta, la barca a vela di 41 piedi con la quale organizza crociere che abbinano avvistamento cetacei, buona cucina (“gastronautica”, la chiama lui) e lezioni di vela lungo la costa di Bordighera e Ventimiglia, ultimo lembo di Liguria al confine con la Francia.

Siamo nel santuario dei Cetacei, la riserva marina internazionale di 90 mila chilometri quadrati compresa tra Genova, Tolone (Francia), capo Falcone (Sardegna) e Fosso del Chiarone (Toscana)

istituita nel 1999 quando apparve chiaro agli esperti che nella zona la frequenza degli avvistamenti dei grandi mammiferi marini era fra le più alte del Mediterraneo.

Siccome è bene non fidarsi della promessa di un marinaio cerchiamo conferme da chi i Cetacei li insegue da vent’anni.
Sabina Airoldi, direttrice del progetto Cetacean Sanctuary Research dell’Istituto Tethys, sottoscrive: “si, è vero, nelle acque antistanti il tratto di costa compreso tra Imperia e Ventimiglia registriamo da anni un numero di avvistamenti maggiore che altrove, così come lungo la Provenza e nel golfo del Leone”.

Adesso non ci sono più dubbi. Non occorre andare in Canada o in California per vedere le balene.
Il bacino compreso tra la Corsica, liguria e Provenza è una zona favorevole per il Whale-Watching, perché le acque ricche di sostanze nutritive attirano numerose specie di cetacei, anche di grandi dimensioni come le colossali balenottere comune, che durante l’estate si concentrano in queste acque per alimentarsi.
Grazie a un complesso sistema di correnti e alla particolare conformazione dei fondali, disseminati in profondi e ripidi canyon sottomarini, si generano, per esempio, enormi quantità del cosidetto krull mediterraneo, un gamberetto di due centimetri che le balenottere comuni ingoiano a tonnellate e che all’uomo predatore non interessano.

Con circa 25 mila stenelle striate, un migliaio di balenottere, olter a capodogli, grampi, tursiopi e globicefali, “è difficile non vederli”, assicura Airoldi.
Certo, è necessario che il mare sia piatto e che si organizzino turni continui di avvistamento, possibilmente da una piattaforma alta 4-5 metri sul livello del mare e tenendo a portata di mano un binocolo.
Le balenottere comuni, il cui “soffio” può raggiungere anche 5-6 metri d’altezza nel Santuario sono più abbondanti nei mesi di giugno e luglio, mentre settembre è un buon mese per incontrare i capodogli, inconfondibili per l’immensa coda che sollevano fuori dall’acqua quando si immergono.

C’è un’enorme differenza tra guardare i cetacei nelle vasche di un delfinario e andarli a cercare in mare, nel loro ambiente naturale. Certo, l’impegno è tanto e a volte viene il mal di testa a furia di cercarli sotto il sole – ci racconta Airoldi _ ma poi quando li vedi… la soddisfazione di averli trovati e l’emozione di poter osservare i loro comportamenti naturali sono davvero impagabili!

Lo ammetto, dopo oltre vent’anni, sento ancora un tuffo al cuore quando una grossa balenottere decide di avvicinarsi alla nostra imbarcazione da ricerca, si gira su un fianco e con il suo grande occhio scruta quegli strani bipedi che, armati di macchine fotografiche, computer palmari e binocoli ingombranti si danno un gran da fare a pochissimi metri da lei. Oppure quando dalle cuffie dei nostri idrofoni arrivano suoni di capodogli mai sentiti prima, prodotti da gruppi che in superficie si cimentano in complesse interazioni e incredibili salti fuori dall’acqua”.

Il nostro skipper Beppe, anche lui veterano di avvistamenti dopo aver per anni affiancato i biologi marini del WWF, descrive con emozione i suoni, simili a ticchettii, che emettono i capodogli quando sono in cerca di cibo (utilizzano una sorta di biosonar per localizzare i calamari di cui si nutrono) o i fischi dei globicefali.  Nella dinette ha appeso le foto di alcuni avvistamenti, con balene di gran lunga più lunghe della sua barca.

L’emozione dei ricercatori è talvolta turbata dall’incontro con esemplari che presentano ferite dovute allo scontro con grosse navi e traghetti. Nel santuario “l’intenso traffico marittimo, la sovrappopolazione delle coste e il sovrasfruttamento delle risorse ittiche rappresentano una seria minaccia per la sopravvivenza delle diverse popolazioni di cetacei”, ci spiega Airoldi.

Dopo una giornata scrutare la superficie del mare si torna sottocosta per fare sosta nel porticciolo di Bordighera, uno dei più accoglienti della riviera di ponente. Persino il linguaggio del portolano si stempera nel guidarvi i naviganti.

Punto cospicuo del porto, ben visibile nelle notti luna piena, è villa Garnier, ”con la sua torre ad archi che assomiglia ad un campanile”, proprio sopra l’ingresso della marina. “Le case della città vecchia sono rannicchiate attorno ad un campanile ben visibile dal largo in mezzo ad una vegetazione lussureggiante dove si notano in particolar numero le palme da dattero”, recita il portolano.

Non si può sbagliare: Bordighera vanta il palmeto più settentrionale d’Europa, il Bèodo, costituito da un migliaio di Phoenix dactylifera, la palma delle oasi, che non riesce a fruttificare, ma la dice lunga su gli inverni miti di questo tratto di costa.

Oggi vediamo quanto rimane di un palmeto che nell’ottocento contava circa 10 mila piante e costituiva una delle risorse economiche più importanti della città, tanto che esisteva il “Ministro delle palme”. I bordigotti  vivevano vendendo i “parmureli” composizioni realizzate con le foglie intrecciate delle palme dal significato religioso decisamente ecumenico, acquistate dal Vaticano per la domenica delle Palme e dai rabbini per la festa ebraica dei tabernacoli.
Ancora oggi la palma portata in processioni in Vaticano durante la domenica delle Palme proviene da Bordighera.

Dalla barca questo tratto di costa offre alla vista alcune delle ville più importanti, non visibili dalla strada: oltre a quella dell’architetto parigino Garneir (quello dell’Opéra), c’è la villa Donegani disegnata nel 1940 da Giò Ponti con grandi vetrate sul mare, la chiesa di Sant’Ampelio costruita sugli scogli mentre sulla collina svettano gli edifici più amati dalla colonia inglese che nell’ottocento fece di Bordighera una rinomata località internazionale di soggiorno invernale.

Proseguendo verso Ventimiglia si staglia una lunga spiaggia di ghiaia fine, quasi tutta libera, che nel tratto cittadino è stata notevolmente ampliata proprio nei mesi scorsi.

Oltre il forte dell’Annuziata – dal mare sembra quasi diroccato ma in realtà ospita un museo archeologico e ha una notevole terrazza panoramica – lungo un sentiero tra agavi si raggiunge la spiaggia di sabbia delle calandre, molto apprezzata dai surfisti per le onde lunghe.

Belle anche le insenature sotto il borgo di Latte, da cui si intravede sul promontorio della Mortola, la torretta di villa Hambury immersa nel meraviglioso giardino botanico creato di Sir Thomas nel 1867 con piante di zone tropicali e sub tropicali di tutto il mondo che ben si sono acclimatate in questo lembo di tropico ligure ( i giardini si possono visitare tutti i giorni, tranne il mercoledì).

Ultima località italiana i Balzi Rossi, spettacolari falesie rossastre a strapiombo su un mare turchese, nonché luogo di eccezionali ritrovamenti archeologici come le sepolture paleolitiche e i resti di un elefante. Oggi si visitano il museo, fondato anch’esso da Sir Hambury e le grotte, per poi fare il bagno davanti all’ultima spiaggia italiana, detta “delle uova” per i suoi sassi bianchi e tondi e l’acqua ancor più cristallina.

Lo skipper Beppe ha gettato l’ancora ed è sceso in cambusa a preparare la cena con il pesce pescato durante la giornata. A i suoi ospiti propone corsi di cucina sul pesce crudo che sa sfilettare e presentare come un grande chef, con una mirabile sintesi tra savoir faire giapponese e mediterraneo.

“non ho inventato nulla di nuovo – dice – per i pescatori liguri il pesce crudo non è mai stato nè uno sfizio né una moda semmai una necessità”.

Ecco i filetti di “sorallo” o “sugarello” conditi con maggiorana o con basilico e accompagnati da avocado, le triglie sfilettate e marinate  con succo di arancia ristretto, i dadi di tonno scottati nell’acqua di mare, lo sgombro crudo marinato nell’aceto con zucchero in salsa di soia… se non verranno le balene ci sarà di che consolarsi.